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Il centro storico dell'Aquila: l'anima di una città

A L’Aquila e dintorni dividiamo le nostre vite in due frazioni: prima e dopo il terremoto. Anche chi non ha avuto lutti o chi non ha avuto danni ai propri beni deve comunque fare i conti con un prima e un dopo che comunque ti hanno cambiato la vita.
L’Aquila è una cittadina media. Né grande né piccola. Ma aveva un anima che era il suo centro storico. Una città che come tante altre soffriva i primi morsi della crisi che è poi puntualmente arrivata, ma che comunque traeva la forza dalle sue radici e dalla sua storia (anche se in tanti l’avevano dimenticata).

L’Aquila è la mia città di adozione, ma è la “mia” città. È la città che mi ha fatto crescere e che a contribuito a farmi diventare quello che sono. Il posto in cui cresci ti plasma. Più delle persone che frequenti e spesso più della tua famiglia. Uscire in centro ti metteva tutti i giorni di fronte alla sua storia ed al suo passato. E di fronte alle storie delle genti che la abitavano.
Oggi invece viviamo in “non luoghi”. Marc Augé è caduto un po’ in disuso perché molto inflazionato, ma descrivendo i “non luoghi” aveva colto in maniera puntuale lo spirito del nostro tempo.
Oggi L’Aquila è una città di non luoghi. E i cittadini rischiano di diventare “non cittadini” perché manca il luogo in cui formare la propria identità e in cui riconoscersi. Le new town ed gli insediamenti dei MAP (moduli abitativi provvisori) sono non luoghi così come lo sono i centri commerciali o le stazioni e gli aereoporti. Ci si vive come se si fosse di passaggio; come se ci si trovasse in un aeroporto in cui si aspetta il volo per tornare a casa. Quella vera.
Il critico Michael Crosbie scrive che «si va al Mall of America (il più grande centro commerciale degli Stati Uniti) con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Musulmani alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas e i bambini a Disneyland».
Ma da noi no. E’ una cosa che fortunatamente ancora non ci appartiene ed è per questo che la mancanza dei nostri centri storici ci ferisce profondamente.
Chi viene a L’Aquila rimane impressionato dal fascino, ancora prepotente, della città unito però all'idea di abbandono e decadenza che danno tutti quei palazzi puntellati.
E allora facciamo presto. Facciamo in modo che una generazione intera non debba crescere in un “non luogo”, ma in un luogo che invece abbia un’anima.
I ragazzi sentono questa esigenza in maniera devastante e per stare insieme preferiscono un centro storico vecchio e ferito piuttosto che un centro commerciale sfavillante e nuovo di zecca.
Il Paese dovrebbe farsi carico di questa consapevolezza e non guardare con fastidio la rabbia di chi invece qui ci vive. 
Condannare a morte L’Aquila, gli altri centri storici dei comuni colpiti dal terremoto ed i tanti paesi dell'Emilia significa condannare a morte non solo la nostra storia, ma anche il nostro futuro.

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Copyright Valeriano Salve - L'Aquila
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