|
Carissimo Piero, trenta anni fa mai avremmo immaginato di doverti parlare in un momento così triste e doloroso. Erano quelli gli anni in cui ti piaceva molto ascoltare le nostre voci, ogni occasione era buona, ci facevi leggere articoli di giornali, pezzi teatrali, poesie, racconti, ad alta voce a tutta la classe o a parte di essa. Forse la cosa più bizzarra capitò quando ci facesti leggere la traduzione in italiano, che in effetti risultava alquanto strana, di “blowing in the wind” di Bob Dylan, con il sottofondo musicale di una chitarra. Era l’estate del 1980, l’anno della maturità, in cui avevi deciso, fin dal primo momento, di accompagnarci come membro interno della commissione d’esame. In quel periodo (fine giugno - inizio di luglio), eri rimasto solo all’Aquila in quanto i tuoi familiari si trovavano in villeggiatura a Francavilla; e tu, pressato anche dalla nostra invadenza, decidesti di metterci a disposizione la tua casa e la tua amabile persona. Il pomeriggio ci spiegavi “il meriggiare pallido e assorto” o “la casa dei doganieri” di Montale, ci ascoltavi pazientemente mentre ripetevamo Svevo o Pirandello; la sera, lo scenario cambiava radicalmente, messi da parte i libri, trascorrevamo molte piacevoli ore insieme, a mangiare, a bere, a ridere, a cantare, ad ascoltare la musica dai tuoi preziosi e rarissimi dischi, da Ivan della Mea, a Leo Ferrè che cantava e recitava le poesie di Cesare Pavese, fino ai canti e ai cori della migliore tradizione popolare italiana e straniera. Alcune erano visite serali concordate, altre erano delle vere e proprie improvvisate che ti creavano anche un certo imbarazzo, come quella sera in cui, uno dei noi, un po’ per il caldo, un po’ per non cambiarsi, piombò verso le 11 a casa tua così come si trovava, in canottiera mutande e pantofole. Ma le storie e i racconti di quei formidabili anni di assidua frequentazione sono talmente tanti da poter riempire intere pagine di giornali. Ci soffermeremo, pertanto, solo su alcuni momenti, vicende e situazioni. Le tue note sul registro di classe che era quasi un onore ricevere: note sintetiche e laconiche come “Russo russa” o più impegnative come “Rossi pasolinianamente turpiloque disturba la classe”, potrebbero entrare a pieno diritto in ipotetici annali mondiali dedicati all’ironia e al sarcasmo sottile ed intelligente. La rappresentazione teatrale della commedia di Plauto “Casina” che ci vide impegnati nell’anno scolastico 1978-79, in cui realizzammo una serie di felici contaminazioni, alcune con la letteratura più colta, altre con la cultura popolare creativa di Renzo Arbore e della sua banda che allora imperversava in televisione ogni settimana con quella meravigliosa trasmissione che era “L’altra Domenica”. Alla fine dello spettacolo, a causa della tua proverbiale timidezza e riservatezza, fummo costretti a trascinarti letteralmente sul palcoscenico per ricevere il fragoroso e prolungato applauso degli insegnanti e degli studenti aquilani. La gita scolastica in cui ci accompagnasti con la tua inseparabile guida del Touring alla scoperta degli angoli più nascosti, appartati, intimi e quindi meno turistici di quella straordinaria città che è Venezia. Le rimpatriate che dopo la maturità abbiamo organizzato per venti anni consecutivi e che erano diventate un momento fondamentale delle nostre esistenze. Ci si lavorava tutto l’anno, alla ricerca di idee sempre più originali e sorprendenti rispetto all’anno precedente. L’apice forse lo abbiamo toccato con la realizzazione di quello splendido filmino che ti vedeva protagonista anche in un episodio dentro la tua Chimico-Sanitaria dove, con tanto di camice bianco, cercavi di esaudire le richieste abnormi e inconsuete di un tuo stravagante cliente-alunno. Il quotidiano "Il Centro" ha utilizzato una puntualissima espressione per ricordarti: “intellettuale silenzioso”. In un mondo in cui tutti sgomitano per apparire, per presenziare, per parlare a sproposito e in un paese in cui i luoghi della cultura, pubblici e privati, sono spesso animati da imbecilli e cialtroni, questo tuo atteggiamento non poteva che essere un ulteriore motivo di vanto. D’altra parte questo modo di essere rispecchiava il tuo modo d’insegnare: spiegare le cose in modo pacato, sereno, senza imposizioni e quindi con leggerezza. Con esempi anche scherzosi, con un continuo gioco di complicità, ci intrattenevi in quelle imperdibili lezioni. Caro Vic, quando finalmente riprenderemo a percorrere più frequentemente le vie del centro della nostra città, ci piace pensare di poterti nuovamente incontrare, magari all’incrocio tra Via Gualtieri d’Ocre e il Viale di Collemaggio, lungo il Corso Federico II o dentro la Libreria Colacchi e vederti come sempre, con i tuoi grandi occhiali, con il borsello e con la cicca in bocca per poter ricevere, ancora una volta, quel tuo lieve, affettuoso e sincero sorriso. Un fortissimo ed interminabile abbraccio da Sante Achille, Giuseppe Colagrande, Gianfranco Di Gregorio, Danilo Maurizio, Giampaolo Russo, Valeriano Salve, Pierangelo Valente e Fernando Visioni. |